La Porta dello Specchio Magico
Carl Gustav Jung diceva che l’incontro con se stessi è tra le esperienze più spiacevoli che esistano, e che per questo si tende a sfuggirlo proiettando sul mondo circostante tutto ciò che si rifiuta di vedere in sé. Chi invece riesce a vedere la propria ombra, e a reggerne la conoscenza, ha già compiuto una parte importante del lavoro.
Questa soglia si supera solo guardando davvero ciò che si è — senza le distorsioni che si raccontano agli altri o a se stessi, in un senso o nell’altro: chi si abbellisce, chi si racconta peggiore di quanto sia convinto che sminuirsi sia più onesto, chi si gonfia fino al narcisismo per non guardare ciò che sta sotto. Molti si bloccano qui non per un nemico esterno, ma davanti alla propria immagine più onesta: il terrore è ciò che si vede da soli, quando non resta nessuna narrazione a protezione.
È l’evitamento esperienziale: la tendenza a scansare ciò che è doloroso vedere di sé. Non è un difetto — nasce per proteggere, e in un certo momento ha avuto una funzione reale. Ma il prezzo che continua a chiedere nel tempo è alto: isolamento, relazioni tenute a distanza, una crescita che resta ferma perché non si passa mai da ciò che si evita. Chi si guarda per come è, limiti compresi, non ha più nulla da difendere — ed è questo, non l’assenza di difetti, a renderlo libero.
Bastian e Atreyu
Alla Porta dello Specchio Magico, chi la attraversa si ritrova davanti alla propria vera natura, senza attenuazioni. Molti si fermano, incapaci di reggere ciò che vedono: le stesse difese che li hanno protetti diventano l’ostacolo. Atreyu la attraversa senza esserne distrutto — non perché sia perfetto, ma perché non ha nulla da nascondere: autentico e consapevole di sé, lo specchio non ha potere su di lui.





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