La Porta Senza Chiave
Alcune porte si aprono solo quando si smette di volerle aprire. Più si desidera intensamente un risultato, più ci si irrigidisce nel tentativo di ottenerlo, e più quel risultato si allontana — è lo stesso meccanismo della coazione a ripetere: anche capendo perché si commette un errore, capita di rifarlo comunque, perché conoscersi e riflettere non bastano da soli a spezzare il pattern. Anzi, rimuginare sull’errore analizzandolo da ogni angolo può diventare un altro modo per restarci agganciati, non per uscirne.
La risposta non è più controllo, ma più presenza: il principio della mindfulness, restare in contatto col qui e ora invece che con la ripetizione del passato o l’ansia per il risultato futuro. Quando l’attenzione va tutta sull’esito, a scapito del percorso, nasce l’ansia da prestazione — un investimento eccessivo sul traguardo che lo rende più difficile da raggiungere. Quel tipo di resa non è sconfitta: è l’unico modo per lasciare che accada ciò che la volontà da sola non può forzare.
Anche questo segna un salto rispetto alla porta dello specchio, appena attraversata: lì bastava guardare davvero ciò che si è. Qui non basta più: bisogna anche lasciar andare quello che si è visto, senza pretendere di correggerlo subito. Sapersi è un conto, smettere di voler sistemare tutto seduta stante è un altro — ed è proprio questo secondo passo, più che il primo, quello che apre la porta.
Bastian e Atreyu
La Porta Senza Chiave non si apre a chi spinge, tira o cerca un meccanismo. Si apre solo a chi smette di desiderare di passarci. Atreyu ci arriva esausto, senza più risorse per forzare nulla — ed è proprio lì, nel momento in cui rinuncia a volerlo, che la porta cede.





Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!