Le Tre Porte, introduzione
Non tutti i traguardi si vedono in anticipo. Alcuni percorsi sono fatti di soglie in sequenza, dove la tappa successiva semplicemente non esiste — non si può immaginare, pianificare, prevedere — finché non si è attraversata quella attuale. Chi pretende di sapere già cosa lo aspetta dopo, spesso, si blocca prima ancora di affrontare ciò che ha davanti. L’unico modo per procedere è restare dentro alla soglia presente.
Un’idea diffusa vuole che il cambiamento avvenga uscendo del tutto dalla propria zona di comfort. In realtà accade più spesso sul bordo: restando appena oltre il confine abituale, non del tutto fuori da ogni riferimento. È lì, su quel margine, che la zona si allarga — un po’ alla volta, non per salti bruschi. Vale lo stesso per la finestra di tolleranza: non si amplia spingendosi fuori, in territorio di allarme o di blocco, ma toccandone ripetutamente il bordo, così che quel bordo, nel tempo, si sposti più in là.
È qui che il percorso cambia natura. Fino a questo punto si è trattato di sopravvivere a un pericolo acuto o di prepararsi a distanza; da qui in avanti si tratta di attraversare, una dopo l’altra, soglie che richiedono qualcosa di diverso ogni volta — prima l’affidarsi, poi il guardarsi allo specchio, poi il lasciar andare. Nessuna porta insegna cosa servirà per la successiva: ogni soglia costruisce solo la capacità di affrontare quella, non le altre. Proprio per questo non ha senso volerle vedere tutte in anticipo.
Bastian e Atreyu
È ancora Graógraman a portare Atreyu fin qui, anche se non potrà mai ricordarlo: lo accompagna fino alla soglia delle Tre Porte prima di sparire di nuovo nel proprio oblio quotidiano. Le Tre Porte si aprono una alla volta: nessuno, nemmeno chi le ha già viste, può descrivere cosa c’è oltre la successiva finché la precedente non è stata attraversata. Atreyu non riceve mappe: solo la certezza che dovrà affrontarle una a una.





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