Uyulala
Un mondo interiore, per quanto ricco, non può salvarsi da solo. Ha bisogno di un contatto reale con qualcosa fuori da sé — un’altra persona, un fatto concreto, una verità che non dipenda solo dall’immaginazione di chi la abita. Senza questo contatto, anche il mondo interno più vivido rischia di consumarsi su se stesso, ripiegato in un circuito che non comunica più con nulla al di fuori.
Esiste anche un contatto che va nella direzione opposta, e conta altrettanto: quello con il proprio bambino libero interiore — la parte capace di sentire, di stupirsi, di riconoscere le proprie emozioni senza doverle prima filtrare attraverso ciò che gli altri si aspettano. Crescere non significa metterlo a tacere in nome della responsabilità o del ruolo che si è chiamati a ricoprire: significa restare in contatto con lui pur acquisendo consapevolezza di sé. Chi lo perde di vista rischia un isolamento simile a quello del mondo interiore chiuso su se stesso — solo che questa volta la prigione è fatta di aspettative esterne, non di fantasia.
Bastian e Atreyu
Uyulala, l’oracolo la cui voce risuona tra le rovine, rivela ad Atreyu la verità centrale della storia: Fantàsia non può salvarsi da sola. Serve un bambino umano, qualcuno del mondo reale, che dia un nuovo nome all’Infanta Imperatrice. Il mondo dell’immaginazione, per sopravvivere, ha bisogno di un contatto vero con la realtà — è esattamente ciò che Bastian, dall’altra parte del libro, sta per diventare. È qui, leggendo queste pagine da solo in soffitta, che Bastian comincia a capire che quel bambino potrebbe essere lui: non un lettore distaccato, ma qualcuno le cui emozioni — la paura, il desiderio, la nostalgia di essere visto — sono già parte della storia. Riconoscersi in quel ruolo è il primo passo verso il momento in cui pronuncerà ad alta voce il nuovo nome dell’Infanta, entrando lui stesso in Fantàsia.





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