La disperazione, in certe mani, può diventare uno strumento, un modo per controllare chi la subisce piuttosto che un semplice stato d’animo: chi smette di credere in qualcosa o chi si convince che nulla abbia senso diventa più facile da guidare, più remissivo, più incapace di reagire. Riconoscere quando la disperazione viene alimentata dall’esterno, dunque non solo vissuta dall’interno, è un atto di rispetto verso se stessi, prima ancora che di coraggio.
Perché la disperazione non è un destino fisso e anche chi ci è caduto dentro può rimettersi in viaggio, spesso proprio a partire da un lavoro di conoscenza di sé, come quello che offre la terapia.
È così che si può ritrovare, in pratica, la stessa base sicura di cui si è parlato lungo tutto il percorso: una presenza che regge nel tempo e che permette di tornare a esprimere desideri invece di soffocarli per poter, un passo alla volta, procedere davvero verso la loro realizzazione.
Parte di questo cammino è anche imparare a scegliere i feedback esterni che aiutano davvero ad andare avanti, lasciando perdere quelli che non servono e accettare che certe cose fanno male semplicemente perché esistono, senza doverle combattere né negare.
Prendersi cura di sé, in quei momenti, non significa eliminare il dolore: significa smettere di aggiungerne altro nel tentativo di scacciarlo.
Bastian e Atreyu
Gmork, il nero lupo emissario del Nulla, rivela ad Atreyu che esso si diffonde proprio attraverso la disperazione e il cinismo di chi smette di sognare e sperare e che lui è stato mandato a uccidere l’unica vera minaccia a questo processo di annichilimento totale.
È lo stesso Nulla che, dall’altra parte, sta divorando Fantàsia perché sempre meno esseri umani continuano a immaginarla e a credere nella propria possibilità di ricostruirla internamente.

