Dylan Dog, l’ascolto empatico e la validazione
Dylan Dog non è mai stato per me un semplice passatempo ma una vera e propria lente: non è l’orrore in sé ad avermi tenuto legata alla serie per tutti questi anni, ma quello che l’orrore permette di dire seppur non direttamente.
Ogni cliente che bussa alla porta di Craven Road 7 porta con sé una storia già respinta altrove, dalla polizia, dai medici, dalla famiglia, da chiunque applichi il metro dello “standard della nrmalità” per decidere cosa sia reale, sensato razionalmente e cosa no.
Dylan, prima ancora di affrontare un mostro, affronta il pregiudizio di chi, ascoltando quella storia, avrebbe già deciso in partenza che la persona sta esagerando, ha le allucinazioni, è pazza, mentre lui no, lui fa qualcosa che ha un nome preciso, anche se il fumetto non lo nomina ovviamente mai: valida, ossia riconosce che quello che l’altro prova è legittimo, ha diritto di esistere, ha senso e merita di essere preso sul serio indipendentemente da cosa l’abbia generato, perché se hai paura la tua paura è vera, prospettiva che somiglia appunto più a quella di un terapeuta che a quella di un detective.
Credo possa essere utile fermarsi un attimo su cosa significhi davvero validare, perché è un concetto spesso frainteso: validare non vuol dire dare ragione, non vuol dire confermare i fatti né assecondare qualsiasi ricostruzione della realtà, bensì vuol dire riconoscere che l’emozione dell’altra persona è reale e comprensibile alla luce di quello che essa sta vivendo, prima ancora di stabilire se il mostro esista o no.
È la differenza tra “credo alle tue parole” e “credo a quello che provi” e Dylan Dog fa entrambe le cose, ma è la seconda a essere “rivoluzionaria”.
Il meccanismo narrativo della serie si ripete quasi identico per anni: qualcuno arriva da lui dopo essere stato invalidato e questo è un dettaglio strutturale, non decorativo.
La polizia ha già archiviato il caso come suggestione, esaurimento nervoso, fantasia, cioè ha detto al cliente, in tutti i modi possibili, che quello che prova non conta, non è reale, non merita attenzione: Dylan invece si siede, ascolta fino in fondo e non chiede mai alla persona di dimostrare in primis la razionalità della propria paura per meritare la sua attenzione, non la taccia di pazzia per il solo fatto che quello che racconta non rientra nello standard del reale, ma la valida prima ancora di avere le prove, concedendole legittimità come atto iniziale e non come premio finale.
Questo capovolge una dinamica che chiunque abbia mai provato a raccontare qualcosa di doloroso, strano o semplicemente fuori norma può riconoscere molto bene: l’esperienza di dover giustificare la propria paura prima ancora di poterla nominare, di sentire che per essere creduti bisogna prima essere “ragionevoli”.
L’invalidazione sistematica, quella dei medici che minimizzano, delle famiglie che sbuffano, delle istituzioni che archiviano, non è solo scortesia: è una forma di violenza sottile, perché insegna alla persona a dubitare della propria percezione, a censurarsi, a smettere di chiedere aiuto.
Dylan interrompe questa catena: il mostro può anche rivelarsi irreale nel senso letterale del termine e difatti il fumetto gioca spesso con l’ambiguità tra sogno, allucinazione e verità, ma quello che il cliente prova non viene mai liquidato come “niente”, anzi, è proprio la disponibilità di Dylan a scendere nell’incubo insieme all’altro, dopo averlo validato, a rendere possibile che quella paura venga affrontata invece che repressa o messa a tacere, perché un’emozione validata può essere attraversata, mentre un’emozione invalidata può solo essere nascosta.
È lo stesso movimento che accade con un terapeuta che ti accompagna nella “stanza del trauma” senza sostituirsi a te ma affiancandoti.
Trovarsi e restare in quella stanza insieme a qualcun altro è possibile solo grazie a una sicurezza condivisa costruita un momento prima, quella appunto permessa dalla validazione: è lei a rendere lo spazio esplorabile e sicuro invece che soltanto minaccioso.
Dentro quella stanza si possono affrontare traumi e incubi tenendosi per mano: ciò significa che chi accompagna non entra per risolvere qualcosa al posto tuo, né per sostituire le sue risorse con le tue, bensì entra con te per affiancarti mentre attraversi quello che temi ed è proprio in quell’attraversamento condiviso che puoi scopri risorse che avevi già, ma che non sapevi di avere o avevi smesso di riconoscerti.
Questo permette di rilevare che qello che si teme non è fuori da noi, ma dentro.
La paura più difficile da affrontare non è quella per un nemico esterno, bensì quella per un pericolo che sta dentro di sé: quella parte oscura non è un’entità estranea da tenere a distanza ma qualcosa di proprio, nata dalla stessa origine, cresciuta nello stesso corpo, capace di riemergere proprio nei momenti in cui si crede di averla finalmente lasciata indietro.
Non si teme l’altro di per sé, si teme l’altro IN sé.
È una paura più complessa da vincere, perché non basta uno scontro per liberarsene: bisogna convivere con l’idea che il bene e il male non sono due campi separati da una linea netta ma condividono la stessa radice, la stessa origine, a volte persino “lo stesso sangue”.
La validazione compie qui il suo passaggio più difficile: smettere di essere qualcosa da offrire agli altri e diventare qualcosa che si deve a noi stessi.
Chiunque abbia mai riconosciuto in sé un pensiero, un impulso, una reazione che non avrebbe voluto avere sa quanto sia istintivo invalidarla negandola, proiettandola sugli altri, dicendo «questo non sono io» e alimentando il dialogo interno con doverismi ostacolanti come “avrei/ non avrei dovuto provare quella emozione”, negandone il senso e la funzione.
Quella parte non richiede però di essere eliminata, oltre al fatto che non si potrebbe annullare nemmeno volendo, ma chiede di essere riconosciuta e guardata direttamente senza il comodo sollievo di poterla espellere tutta fuori di sé, come se non potesse appartenerci in alcun modo: come sostiene Terenzio, invece, “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, massima che provo sempre a ricordarmi per favorire quella particolare “sospensione del giudizio” che richiede l’ascolto terapeutico.
Validare la propria ombra non significa assecondarla, come già espresso in precedenza: validare non è dare ragione, ma ammettere che essa esiste, che ci appartiene e che proprio per questo può essere “tenuta a bada” in modo consapevole, invece che lasciata agire di nascosto.
È una forma di maturità dolorosa: capire che il bene e il male non sono due campi opposti ma la stessa materia declinata in due direzioni e che la scelta vera non è cancellare quella parte oscura ma decidere ogni volta, di nuovo, consapevolmente, di non lasciarla prevalere, è appunto fonte, spesso, di sofferenza.
Il legame diventa ancora più radicale quando quella parte scura non è un’idea astratta ma ha il volto di chi ti ha generato: il principale antagonista di Dylan Dog è infatti la metà corrotta e scissa del proprio padre e ogni scontro con lui non è mai solo una battaglia contro il male, ma un confronto diretto con la propria origine, con quello che si potrebbe diventare se si smettesse di scegliere diversamente.
C’è una prospettiva che rende tutto questo ancora più concreto: ciò che ci portiamo dentro non nasce sempre con noi.
La psicologia sistemica lo dice da decenni, nel genogramma di Bowen si mappano i pattern che attraversano le generazioni e nelle costellazioni familiari fenomenologiche di Bert Hellinger si mostra come ciò che viene escluso da un sistema familiare non scompaia ma ritorni, spesso attraverso chi meno se lo aspetta; oggi anche la biologia arriva alla stessa conclusione per la sua strada, infatti l’epigenetica documenta che le esperienze significative come traumi, carestie, catastrofi possono lasciare tracce che si trasmettono ai figli e ai nipoti, non soltanto attraverso i racconti ma attraverso il corpo stesso.
Di generazione in generazione non passano solo valori, abitudini, modi di dire, ma passa qualcosa di più profondo, inscritto prima ancora che possiamo scegliere: n questa lettura, rinnegare il padre non è liberarsene, ma legarsi a lui nel modo più cieco e inconsapevole.
Chi dice «io non sarò mai come te» ha già messo quel «te» al centro della propria identità, solo capovolto, senza capirne il senso
Ciò che ereditiamo, simbolicamente e biologicamente, non si scioglie con il rifiuto ma con il riconoscimento, col guardare ciò che è, senza correggerlo, senza abbellirlo: è lo stesso movimento della validazione, portato sul piano delle origini, ler cui non «avevi ragione», ma «tu ci sei stato, e io vengo da lì”.
Nelle costellazioni esiste una frase che riassume questo passaggio: prendo da te la vita, il resto lo lascio a te.
È forse questa la forma più radicale di validazione della propria ombra ereditata: l’accogliere ciò che dall’origine è arrivato, la vita stessa, senza doversi fare carico di ripeterne il destino e comprendendo, nel senso etimologico di ” prendendo insieme”, espressione che restituisce un significato più ampio del sistema in cui siamo nati e cresciuti) ma non giustificando, il contesto e gli eventi, pur sempre da integrare in ottica biopsicosociale.
Dylan fa esattamente questo ogni volta che affronta il suo antagonista: non può cancellare da dove viene, nel sangue, nella memoria, forse persino nelle cellule, ma può decidere cosa lasciare a chi lo ha generato e cosa invece fare proprio, diversamente, come una “parmigiana di zucchine”.
Forse è per questo che sa validare così bene la paura degli altri: perché conosce la propria e non l’ha mai negata né a sé né agli altri.

